26 Maggio, 2015 - 18:13      18:13

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Walls. L'arte fiorisce a San Basilio


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Berlino, Israele, Padova. Siamo abituati a considerare i muri come a manufatti che dividono. Ma un muro può anche unire. In che modo? Può diventare un pezzo di arte contemporanea, se affidato ad artisti in grado di trasformarlo. È questa la missione di Walls, associazione culturale che dal 2008 lavora fondendo l’arte contemporanea al sociale, e portando l’arte nelle periferie. Immaginate la scena. Lo scorso febbraio, giovedì grasso, a San Basilio, nell’area verde “Giulietto Minna”, i bambini delle scuole stavano giocando in una festa di Carnevale organizzata da una rete di associazioni del quartiere, in un parco recuperato grazie all’attività del RetakeRoma San Basilio. Intorno al parco, si stagliavano le facciate di quelli che una volta erano dei caseggiati grigi e anonimi. Erano. Oggi sono degli splendidi murales, dipinti dall’artista romano Hitnes, dei pezzi di street art che hanno modificato completamente la piazza, creando delle quinte originali a quello che vi accade. Qualcosa di bello che ha fatto rivivere il quartiere, lo ha unito attorno a un progetto, Sanba, che ha creato senso di appartenenza, senso di comunità. Il 28 febbraio il progetto si è concluso con una grande festa. O meglio, si sono conclusi i lavori. Perché il risultato resterà per sempre patrimonio del quartiere.

Ma com’è iniziato tutto? «Io sono laureato in arte contemporanea, e le mie radici vengono dal mondo urbano» ci racconta Simone Pallotta, fondatore di Walls. «Da quando ho tredici anni ero uno dei writers che lavoravano nella città. Da quello sono passato all’arte accademica. Una volta conosciute le dinamiche dell’arte, ho deciso di fondere la conoscenza delle dinamiche urbane e quelle dell’arte». Dalla fusione di questi due aspetti è nata la grande idea di Pallotta. «Dal 2006 è nata così quella che io chiamo “Arte pubblica contemporanea”, un nuovo modo di proporre l’arte pubblica nei territori» ci spiega. «Ho improvvisato un lavoro: mi sono autoproclamato “curatore di arte pubblica contemporanea”. Siamo una nuova categoria di curatori: dobbiamo saperci muovere in tanti ambienti. Negli anni ho sviluppato la capacità di fare il mediatore culturale: faccio l’intermediario tra l’arte e la gente». Di questi tempi, un ragazzo che si “inventa” un lavoro, merita tutta la nostra ammirazione. Se poi è un lavoro che ci regala bellezza, altra cosa rara oggigiorno, la merita ancora di più.

Dalla sua idea è nata così Walls. «Nel 2008 abbiamo fondato Walls, con una doppia testa: da un lato abbiamo cominciato a lavorare sulla problematica dei graffiti, e dall’altra abbiamo cominciato a lavorare sull’arte pubblica. Abbiamo capito che i ragazzi che si esprimono attraverso i graffiti sarebbero stati gli artisti del futuro. Molti di loro hanno trovato un’espressione diversa, dalle lettere dei graffiti si sono spinti in ambito più figurativo. L’ambito dei graffiti è stato sempre difficile da far comprendere: abbiamo fatto un progetto che si chiamava Urban Act, insieme al comune di Roma, che prevedeva più di 40 spazi legali in giro per la città, in cui chiunque poteva andare e dipingere. Abbiamo fatto questo dal 2008 al 2011, quando abbiamo lasciato perdere perché era troppo difficile, e ci siamo concentrati sui progetti di arte pubblica».

 

Territori: non serve l’evento, ma progetti continuativi

Ma fare il lavoro di curatore di arte pubblica contemporanea quanto è difficile? Si tratta di avere a che fare con dei committenti, le amministrazioni pubbliche, convincerle della bontà del proprio progetto, aspettare i bandi e provare a vincerli. «È stato ed è ancora oggi molto difficile: quando sviluppi un’idea nuova, partire dal nulla non è facile» ci confida Pallotta. «Non essere mainstream o trendy ti dà meno appeal: noi vogliamo il rispetto della comunità, non arrivare e fare quello che vogliamo noi. Facciamo dei progetti seri sui territori, e tenere insieme due parole come arte e sociale è molto complicato. In questi anni abbiamo vissuto, con alterne fortune, grazie ai bandi, alle nostre capacità di essere innovatori, e alla capacità di scrittura. Abbiamo vinto bandi con tutti gli enti pubblici, cercando di spingere questa idea, che non è assolutamente glamour, perché oggi da paladino della nuova comunicazione urbana si rischia di diventare di moda. Noi ci opponiamo a questa formula e facciamo in modo di tenere queste due fasi importanti del nostro lavoro, avendo anche problemi a comunicarlo: comunicare una cosa che è arte, ma che è anche sociale, e anche partecipativa, non è facile». Sanba, il progetto in atto a San Basilio, nasce grazie al bando di Roma Creativa, un bando dedicato alle periferie che in realtà nasceva come bando sullo spettacolo. «Abbiamo partecipato al bando cercando di dare continuità a un progetto, come dovrebbe essere per tutti i progetti sui territori» afferma con convinzione Simone Pallotta. «Dobbiamo interrompere il rito degli eventi sui territori: l’evento non serve a niente, in una città dove le comunità si stanno disgregando. O si fanno progetti di lunga gittata sui territori, altrimenti rischiamo di avere il concerto di Renato Zero, e il giorno dopo restano solo le cartacce che nessuno va a raccogliere. Noi vogliamo creare una continuità nei luoghi in cui andiamo a operare».

 

San Basilio, l’arte e la solidarietà

Ma perché è stato scelto proprio San Basilio? «Mi sono affezionato immediatamente a San Basilio» ci confida il fondatore di Walls. «Un giorno sono venuto a fare un laboratorio al Centro Culturale Aldo Fabrizi e ho visto che era un quartiere molto bello a livello urbanistico. Ho avuto la netta impressione che potesse essere uno spazio dove immaginare un progetto di questo genere. E l’accoglienza che abbiamo avuto ci ha dato ragione». Ma com’è stata scelta l’arte da portare San Basilio? «Il ragionamento è quello di portare qualcosa che non c’è: non vogliamo portare artisti che raccontino la storia del quartiere» ci spiega Pallotta. «Vogliamo portare qualcosa di diverso, qualcosa che sia anche dibattuto. Al di là di quello che gli artisti fanno, li ho selezionati perché hanno la capacità di lavorare nel contesto, di lavorare attraverso la capacità di raccontare storie che si allontanano apparentemente dalla realtà del luogo, ma in realtà ne sono connesse. L’arte non deve essere contestuale, ma a volte può provocare un contradditorio. L’importante è che noi siamo a San Basilio e da due anni stiamo, in un modo o nell’altro, parlando di arte, in un posto che non ha un cinema da dieci anni. Portiamo contenuti che non esistono in questo territorio per farne un avamposto culturale. San Basilio ha già una storia: vogliamo che ne racconti altre». E le nuove storie sono molto interessanti. «Vogliamo lasciare in mano al quartiere un’eredità, che può essere anche turistica: ora le persone vengono in una delle zone più distanti dal centro, in una periferia dove non veniva nessuno. Abbiamo provocato una piccola inversione di rotta». Sì, guardando San Basilio oggi si ha l’impressione che valga davvero la pena di fare una deviazione dal centro, quando si visita Roma.

Quello di Walls è un lavoro che non solo abbellisce il quartiere, ma lo coinvolge. Crea una solidarietà vecchio stile, quelle delle persone che offrono i pranzi a chi lavora, si fermano a parlare con chi è all’opera. «La solidarietà si attiva quando le realtà sul territorio, le persone, i bambini, chiunque andiamo a coinvolgere ci dà un feedback» riflette Pallotta. «Quando le persone si sentono coinvolte, e protagoniste. Le grandi pareti sono un punto che noi andiamo a illuminare. Ma questa illuminazione che accendiamo grazie alle facciate deve servire come sistema che smuove le coscienze. La solidarietà in questo caso è condivisione di idee positive. Nel momento in cui tante persone vedono quello che facciamo, cominciano a parlare con noi, la solidarietà nasce attraverso il dialogo. Queste cose creano senso di comunità. Anche se è guidata da un progetto, la comunità comincia a essere davvero comunità. Il progetto i cittadini non lo devono subire, li deve includere. Non è facile ritrovare il senso di comunità: con questa cosa abbiamo svelato che tante persone hanno ancora voglia di crearlo e bisogno di averlo».

Maurizio Ermisino

(da Reti Solidali)

 

 


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